Le attività internazionali dell’Associazione Frantz
Fanon concernono sia la ricerca e l’intervento, sia la formazione e la
valutazione.
Dal 2004 è stato promosso un progetto di ricerca su salute, cultura,
arte e memoria. Il progetto, realizzato in collaborazione con il Comitato Uni-Cuba
dell’Università di Torino e nato in occasione dello studio condotto
in un quartiere popolare de L’Avana (noto come Barrio Pogolotti), prevede
la collaborazione dell’Università di Roma – Tor Vergata (Prof.ssa
Barbara Fiore) e di Torino, e missioni di ricerca in Africa occidentale (Mali,
Benin, Ghana) e nell’area culturale afro-caraibica (Cuba, Brasile).
Dal 2003, in seguito a contatti con il Centre d’Études et de Recherches
Internationales (CERI) della Faculté de Sciences Politiques (Università
di Parigi), l’Associazione ha partecipato ad un seminario svoltosi a New
York sotto l’egida della United Nations University (New York) e della
Academy of Peace (Tokio e New York). Il seminario ha posto le premesse per un
progetto internazionale di ricerca sui crimini di massa, la guerra e l’antropologia
della violenza, che coinvolge esperti internazionali e opera in quattro diverse
aree (Cambogia, Guatemala, Balcani, Repubblica Democratica del Congo). L’Associazione
Frantz Fanon, in collaborazione con l’Università di Torino e grazie
a precedenti rapporti di collaborazione con L’Université du Grabain
(Butembo), è responsabile della ricerca in Congo (Ituri e Kivu) su “Guerra,
violenza, giovani e riabilitazione”. Tale ricerca è stata finanziata
dalla Ford Foundation (New York). Fra gli interventi promossi all’interno
di tale progetto, un seminario di formazione sulla de-traumatizzazione degli
operatori che si occupano di donne vittime di violenza sessuale, tenuto da Roberto
Beneduce a Goma, nel gennaio 2005, presso l’associazione SFVS (Synergie
des Femmes pour les Victimes des Violences Sexuelles)
Nel 2001-2003, un progetto di riabilitazione delle vittime della tortura condotto
in collaborazione con l’Italian Consortium of Solidarity (Roma) ha costituito
l’occasione per promuovere nell’autunno 2004 attività di
training per psicologi e psichiatri operanti a Ramallah (Territori Occupati)
all’interno del Torture Rehabilitation Centre (TRC). Il progetto ha ricevuto
nuovi finanziamenti dall’Unione Europea e prosegue le sue attività
sempre in collaborazione con il TRC e l’ICS.
Nel 1999, in seguito alla collaborazione con l’associazione Solidarietà
Attiva di Nichelino (Torino), già impegnata in programmi di cooperazione
nei Balcani, e ad una missione di valutazione condotta nel dicembre 1998 a Sarajevo
e Zenica, è stato realizzato a Torino un corso di formazione sulla psichiatria
comunitaria e la clinica del trauma. Lo stage ha coinvolto quindici operatori
della salute mentale (psichiatri, psicologi, infermieri) provenienti dalla Bosnia
Erzegovina.
Questioni di genere e migrazione
1. Il lavoro dell’Associazione
Frantz Fanon
Nel 1999 l’Associazione Frantz Fanon ha promosso in collaborazione con
il Comune di Torino un progetto di supporto psico-sociale per donne straniere
in difficoltà, il cui percorso migratorio era stato segnato da violenza,
sfruttamento e abuso. In quegli anni si sentiva forte l’esigenza di fornire
a queste donne una forma di aiuto che garantisse un sostegno
giuridico e sociale (permesso di soggiorno, casa e lavoro) e offrire uno spazio
di ascolto all’interno del quale la sofferenza attuale e le passate esperienze
potessero trovare un'adeguata opportunità di analisi e rielaborazione.
Erano ancora poche a quel tempo le donne seguite: nigeriane, in prevalenza,
albanesi, qualche donna rumena… Appariva già allora evidente che il fenomeno
era destinato a emergere e a mostrare le sue reali proporzioni. Dal 1999 ad
oggi il progetto Freedom – così rinominato nel 2000 – ha
seguito queste donne straniere, vittime della tratta e dello sfruttamento, vedendo
spesso cambiare i loro profili, le loro nazionalità, le loro appartenenze
culturali e sociali.
Il progetto si propone di promuovere strategie di reinserimento sociale per le donne che, denunciando gli sfruttatori, entrano nel programma di protezione previsto dalla legge. Il lavoro etnopsicologico si sviluppa all'interno di un contesto di rete ed ha come obiettivo l'accompagnamento delle donne lungo la difficile ed impagnativa transizione verso l'autonomia (un'autonomia che non di rado assume forme prescrittive e assunzioni di ruolo e responsabilità di tipo coercitivo). Da questo ultimo aspetto nasce l'esigenza di un lavoro parallelo di consulenza su casi e di supervisione metodologica con gli operatori coinvolti nella presa in carico, per un adeguamento dei loro obiettivi "educativi" e delle prescrizioni di legge alle reali esigenze e possibilità della persone. In non pochi casi, inoltre, l'intervento etnopsicologico con le donne si è definito in termini marcatamente terapeutici, per la natura traumatica delle esperienze vissute e per le contraddizioni legate all'esperienza della migrazione (contraddizioni nelle quali le ambiguità legislative del contesto "ospite" avevano in non pochi casi un peso rilevante).
Molte delle donne incontrate in questi anni hanno percorsi segnati da lunghi viaggi punteggiati di esperienze violente, dolorose, luttuose; dalla rinuncia a
diventare madri o dall'abbandono dei propri figli
nel paese d’origine; dalla fatica a a stare in progetti di "integrazione" che uniscono precarietà a prescrittività. Quasi
tutte dimostrano con caparbietà la loro intenzione a portare a termine
un progetto di reinsediamento, con un inserimento sociale positivo e uno sviluppo personale e familiare nel nuovo contesto.
Nel corso del lavoro consulenziale con gli operatori dei servizi, impegnati nei progetti di riabilitazione sociale, sono emerse domande ed interrogativi ricorrenti: cosa desiderano queste donne migranti per il loro
futuro? Cosa chiedono alle istituzioni? Come interagisce il background sociale e culturale con il ruolo prescritto dalla società italiana? A partire da queste domande gli operatori
dei servizi coinvolti hanno appreso a ridefinire le strategie e gli scopi stessi
del loro lavoro: nel corso di questo processo, l'Associazione ha inteso offrire
strumenti di riflessione e di ridefinizione delle categorie e degli obiettivi di lavoro adeguati ai nuovi bisogni che sono andati emergendo.
2. L'intervento del Centro Frantz Fanon
La relazione tra operatore e utente nel campo della clinica etnopsichiatrica
obbliga il primo a una autoriflessione critica e originale relativamente alle
teorie e alle categorie del suo sapere. Nel lavoro clinico con donne straniere
provenienti da un percorso migratorio scandito da episodi di violenza e abuso,
costrette alla prostituzione, mosse dal desiderio di cambiare le difficili
condizioni della propria esistenza, sono emerse riflessioni inerenti all’espressione
del loro disagio e del vissuto traumatico, ma anche la necessità di ripensare
vincoli e appartenenze culturali, linguaggi della sofferenza, espressioni dell'autonomia.
Per ciò che concerne il lavoro clinico, è stato proprio a partire
da alcune storie di giovani donne africane, dai loro vissuti di ‘smarrimento’
e di ‘confusione’, dagli ‘episodi di agitazione psicomotoria’
o di cosiddetto ‘delirio religioso’, che abbiamo sviluppato riflessioni
utili sul senso della malattia e sulle più efficaci modalità di
trattamento. Si sono verificati episodi definibili come 'eventi-sentinella':
alcune donne immigrate, africane, provenienti dai Servizi di Pronto Soccorso
o dai Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, venivano ad esempio inviate presso
il Centro Fanon con la diagnosi più minacciosa: quella di schizofrenia.
Al fine di promuovere delle strategie di presa in carico efficaci sotto il profilo
diagnostico e contemporaneamente terapeutico, limitando l’effetto di quello
che Arthur Kleinman ha definito “fallacia categoriale”, si è condotta un’analisi su questi peculiari idiomi della sofferenza
(per esempio, sul culto di possessione di Mami Wata), sulle trasformazioni che
la stessa esperienza migratoria ha contribuito ad introdurre in queste pratiche,
e sulle strategie terapeutiche tradizionali.
1. Il lavoro dell’Associazione
Frantz Fanon
Le riflessioni che i membri dell’Associazione Frantz Fanon hanno sviluppato
sul problema della migraizone minorile, del rischio di devianza e della loro esclusione sociale,
hanno avuto come premessa la necessità di un ripensamento critico delle
modalità di intervento (educative, oltre che cliniche e terapeutiche)
di fronte alle nuove domande, ai nuovi bisogni, e alle problematiche espresse
in particolare dai cosiddetti “minori stranieri non accompagnati”. Nella collaborazione realizzata
ormai da anni con gli operatori dell’Ufficio Minori Stranieri, si è
cercato di elaborare pratiche adeguate alla peculiarità di percorsi migratori
generalmente faticosi, segnati dalla solitudine e dal disagio, dalla violenza,
in alcuni casi propriamente traumatici. Due ci sembrano essere i punti chiave
da sottolineare:
a) Il primo è inerente alla migrazione come “fatto sociale totale”, come ci ricorda Abdelmalek Sayad ("La doppia assenza", Raffaello Cortina, 2002). Ciò significa riconoscere al processo migratorio anche la capacità di svolgere una funzione specchio, rivelatrice tanto delle contraddizioni della società da cui si emigra quanto di quella ospite: contraddizioni che concernono la nuova configurazione degli stati-nazione, i controversi processi della globalizzazione, il prodursi di equilibri economici regionali autonomi, in competizione o in co-abitazione con quelli nazionali e internazionali (J. Comaroff & John L. Comaroff, “Millennial Capitalism: First Thoughts on a Second Coming”, Public Culture, 12, 1, 2000), gli assetti economici, la costruzione (o l’invenzione) di identità culturali, religiose, spesso de-territorializzate ma non meno forti. Le biografie dei ragazzi e delle ragazze incontrati ci sembrano illuminare con luce particolarmente cruda questi processi e queste contraddizioni, fra i quali domina la crisi del legame sociale e familiare.
b) Il secondo aspetto che s’impone riguarda invece il riconoscimento di un limite: quello di ridurre i problemi che la migrazione introduce nelle realtà del nostro o di altri paesi a puri fatti economici, sociali o demografici. Le storie di vita di questi ragazzi ci raccontano che c’è come un “resto” (di desideri, paure, progetti appena sussurrati di autonomia, solitudini, frustrazioni antiche, rabbia) di cui i servizi si fanno carico di rado, e quasi sempre con molta difficoltà. La prospettiva psicologica che riconduce queste difficoltà alla sola variabile dell’età evolutiva manca, da parte sua, altri profili non meno decisivi, altre memorie, rimaste per lo più inesplorate. Abdessalem Yahyaoui ("Toxicomanie et pratiques sociales", La Pensée Sauvage, 1992) scrive che l’integrazione psicologica è più difficile da realizzare per questi giovani proprio laddove essa chiama in causa processi complessi, per i quali abbiamo bisogno di strategie di analisi e di intervento rinnovate. Così, ad esempio, vivere sulla strada non aggiunge soltanto un’ennesima categoria sociologica al nostro orizzonte sociale: mostra inattese strategie di asserzione identitaria, in qualche caso di esercizio di potere, ciò che significa non guardare a queste figure soltanto nel segno della mancanza, del negativo, della fragilità.
Nell’insieme, i problemi dei minori stranieri, non diversamente da quelli
di altri immigrati (in particolare i rifugiati, ma anche le donne), indicano
anche i limiti di ciò che è stato definito da alcuni autori come
il “feticismo della legge”: l’illusione cioè che le
istituzioni e la “cultura della legalità” sulla quale si
fondano i moderni stati-nazione abbiano in sé le risorse per rispondere
ad ogni genere di conflitto e siano capaci di facilitare la negoziazione di
contrasti altrimenti incommensurabili. Questa illusione si rivela, nella vita
dei nostri interlocutori, nella forma del loro disagio, drammaticamente infondata:
da qui la necessità forgiare una nuova epistemologia dell’ascolto,
della cura, dell’intervento sociale.
L’Associazione ha in questi
anni promosso diverse forme di collaborazione con enti locali e istituzioni
internazionali allo scopo di realizzare azioni efficaci rivolte ai minori stranieri
(Progetto "Una finestra sulla piazza", in collaborazione con il Comune di Torino
– Ufficio Minori Stranieri; Progetto "Welcome to School - Refugee Children",
in collaborazione con l’Università di Utrecht, all’interno
di una rete europea di università e associazioni, grazie all’appoggio
della Pharos Foundation).
2. Il lavoro del Centro Frantz Fanon
Uno degli obiettivi del Centro è rivolto ad accogliere domande di aiuto
e di cura (talvolta espresse in modo confuso e contraddittorio) da parte di
quei minori che hanno conosciuto esperienze di disagio e di miseria, di violenza
e di precarietà. La priorità è quella di costruire percorsi
individuali in grado di interrompere la spirale che spesso conduce alla riproduzione
della violenza e della devianza, condannando coloro che raggiungono la maggiore
età allo scacco dell’espulsione, al dramma del ritorno fallimentare, e spesso
ad un nuovo, ripetuto tentativo di migrazione clandestina. Luoghi come Porta
Palazzo (l’area a maggiore densità di cittadini stranieri, dove
sorge il celebre mercato), o l’Istituto Penale Minorile Ferrante Aporti,
nel quale la percentuale di detenuti stranieri è preponderante, sono
di fatto facce di una stessa medaglia: spazi sociali, prima ancora che geografici,
dove confluiscono e si forgiano identità spesso marginali, e storie dove
la violenza subita si riproduce e si perpetua sotto il segno della micro-criminalità.
Sono solo alcuni dei luoghi da dove provengono alcuni dei minori ai quali si
rivolge l’intervento propriamente clinico del Centro. Il lavoro clinico
prevede il supporto e la consulenza psicologica (individuale e di gruppo) ai
minori stranieri non accompagnati. Inoltre si offre agli operatori (sia dei
servizi pubblici sia delle associazioni private) una consulenza sui casi seguiti e un'attività di formazione
continua.
Un’altra area d’intervento concerne invece i problemi scolastici dei minori stranieri, connessi ai problemi dell’apprendimento, a problemi familiari, a disturbi dello sviluppo psico-motorio. Il lavoro clinico prende sistematicamente in esame il gruppo familiare, le sue difficoltà, i suoi conflitti. Il lavoro con le famiglie permette solitamente una risoluzione dei disturbi del minore, ma il suo obiettivo è anche, esplicitamente, quello di mediare le relazioni spesso conflittuali caratterizzanti il rapporto fra famiglia e istituzioni (scuola, servizi di neuropsichiatria infantile, servizi sociali). Il Centro cerca a questo riguardo di costruire opportunità di negoziazione del significato della sofferenza (tanto del minore quanto della famiglia), delle interpretazioni degli operatori e di quelle, non meno importanti, offerte dalle famiglie e delle categorie culturali alle quali fanno spesso riferimento. In questo senso il lavoro svolto può essere definito medico-antropologico oltre che etnopsichiatrico. In numerosi casi questo lavoro è stato messo al servizio delle famiglie e dagli operatori anche quando l’interlocutore istituzionale era rappresentato dal Tribunale dei Minorenni (consulenze in processi di valutazione del grado di adeguatezza genitoriale, di affidamento o di adozione, ecc.)
Da diversi anni i membri dell’Associazione
operano in progetti rivolti a detenuti, adulti e minori stranieri, all’interno
delle istituzioni penitenziarie, con l’obiettivo di favorire da un lato
una rielaborazione dell’esperienza migratoria e dei circoli viziosi che
hanno portato al suo fallimento e dall’altro una maggiore comprensione
delle istanze connesse al vissuto migratorio per il personale dell’istituzione.
Sono state inoltre realizzate negli anni attività di sensibilizzazione
e di formazione rivolte al personale con compiti socio-educativi e di custodia
in merito alle specificità delle questioni poste dall’utenza immigrata.
Progetti specifici sono stati condotti in passato all’interno della casa
circondariale di Aosta, nel carcere di Torino delle Vallette, nell’istituto
di Saluzzo ed è in corso dall’anno 2001 un intervento all’interno
dell’Istituto Penale Minorile “Ferrante Aporti” (in collaborazione
con il coordinamento dei SER.T. dell’ASL1 di Torino). Attività
di formazione sono state svolte, all’interno di diversi progetti, con
il personale dell’IPM “Ferrante Aporti”, con personale del
carcere di Asti, di Vercelli e di Novara e nel corso di incontri ad hoc presso
le sedi formative del ministero della giustizia.
L’intervento con i detenuti consiste in attività di gruppo e in colloqui individuali, condotti da etnopsicologi e mediatori culturali dell’Associazione, aventi l’obiettivo di favorire una riflessione sul proprio percorso di vita e sui nodi problematici che lo contraddistinguono, in direzione di una presa d’atto del peso delle determinanti sociali, ma anche dell’importanza delle scelte individuali nello svolgersi della propria esperienza di vita e di migrazione. È infatti a partire da tale analisi che diventa possibile ridefinire lo scacco del proprio percorso in direzioni maggiormente produttive e soddisfacenti. Questo processo di presa d’atto, realistica e circostanziata, diventa fondamentale nel percorso dei giovani immigrati, spesso minori non accompagnati, che finiscono con il situarsi all’interno di circuiti devianti anche in conseguenza della percezione di assenza di concrete alternative. È in questi ultimi casi che diventa particolarmente utile favorire una rielaborazione del proprio itinerario (delle ferite che lo accompagnano e della sofferenza che sempre lo caratterizza) in direzione di una costruzione condivisa di alternative.
Le attività di gruppo risultano appropriate alla possibilità di
proporre stimoli di riflessione sulla storia della propria emigrazione e della
propria famiglia, toccando le vicende più critiche occorse nei contesti
dei paesi di approdo, fino ad arrivare alle dinamiche proprie delle istituzioni
penitenziarie, con attenzione alle relazioni con i compagni di cella o di sezione
e con il personale. Per i detenuti più giovani diventa di particolare
importanza riflettere sui conflitti e sulle determinazioni di ruolo che frequentemente
si producono nel gruppo, e affrontare con gli altri le ipotesi di risposte alternative
o atteggiamenti maggiormente soddisfacenti sul piano relazionale. Ampio spazio
viene dedicato alla riflessione sulle risorse, sociali e personali, per poter
vivere fuori dal carcere, affrontando l’incertezza di un percorso di inserimento
sociale a lungo termine e la fatica legata alle dimensioni normative che impone.
Nel corso di questo tipo di interventi, particolare importanza è data
all’interazione con il personale degli istituti, in particolare con gli operatori
con competenze sociali e di progetto, nel tentativo di articolare congiuntamente
definizioni più complesse dell’esperienza delle persone incontrate,
anche al fine della progettazione di misure alternative adeguate.
Rifugiati e vittime della tortura
Presso il Centro Frantz Fanon è attiva un'unità
di presa in carico e di riabilitazione per utenti richiedenti asilo, rifugiati
e vittime della tortura, che vengono seguiti sia direttamente, attraverso attività
di supporto psicologico e di psicoterapia, sia attraverso un lavoro di supervisione
e consulenza rivolto agli operatori che, nelle istituzioni e sul territorio, se
ne occupano. Il lavoro di presa in carico si fonda sull'attenzione alle vicende
storiche e politiche dei paesi di provenienza, alle molteplici dimensioni che
caratterizzano l'esperienza della violenza e del trauma, alle difficoltà
legate alla vita e all'integrazione nel paese ospite. Il lavoro clinico si è
accompagnato anche ad una rivisitazione critica delle contemporanee teorie sul
trauma e sui disturbi correlati, ad un ripensamento della nozione di "memoria traumatica" e ad una decostruzione delle categorie cliniche che la definiscono (quella di PTSD innanzitutto).
Una parte non meno rilevante del lavoro di cura e riabilitazione si fonda sulla
collaborazione con i servizi territoriali, gli enti e le associazioni che si
occupano di richiedenti asilo e rifugiati allo scopo di promuovere una presa
in carico integrata (ricerca del lavoro, della casa, ecc.) e attenta a quelle
risorse della persona che si rivelano utili a configurare nuovi equilibri e
relazioni nel nuovo contesto.
Gli operatori del Centro si occupano inoltre della raccolta del materiale clinico
e delle certificazioni medico-psicologiche utili a sostenere l'istanza di richiesta
d'asilo, prima presso la Commissione Centrale per la Valutazione dello Status di Rifugiato del
Ministero degli Interni ed oggi presso le Commissioni Territoriali decentrate. Una parte dell'attività con gli utenti richiedenti
asilo si concentra inoltre sulla preparazione all'audizione presso tale istanza
e alla gestione delle difficoltà emotive che generalmente accompagnano
questa esperienza.
Il gruppo di lavoro ha prodotto documenti di ricerca e di riflessione, ed ha
collaborato a progetti nazionali ed internazionali (quale quello promosso con
L'Italian Consortium of Solidarity) concernenti la riabilitazione delle vittime
della tortura. Il Centro è inoltre attivo nella formazione, in Italia
e all'estero, degli operatori coinvolti nel trattamento delle vittime della
violenza organizzata e della tortura (Torino, 1999; Bosnia Erzegovina, Sarajevo,
2000; Territori Occupati, Ramallah, 2004; Repubblica Democratica del Congo:
Goma, 2005: vedi Attività internazionali).
Continuo è l’impegno dell’Associazione
nella supervisione degli operatori delle comunità e dei servizi (Ser.T., N.P.I.,
C.S.M. sia di Torino che di altre città: Reggio Emilia, Bologna, ecc.;
Uffici del Comune di Torino, Istituti di Pena, operatori della Caritas e di
altre associazioni del volontario, ecc.) direttamente impegnati nella presa
in carico e nella cura degli utenti immigrati. Tale attività, notevolmente
accresciutasi negli ultimi anni, ha avuto come prioritario obiettivo quello
di moltiplicare le occasioni di apprendimento, di confronto e di riflessione
critica sulle rappresentazioni e sulle strategie di intervento solitamente adottati dagli
operatori al cospetto dei cittadini stranieri.
Un obiettivo non meno importante è
consistito nella diffuzsione e condivisione di consapevolezze e conoscenze perché
operatori e servizi si approprino in prima persona degli strumenti teorici dell’etnopsichiatria
e dell’antropologia medica, nonché di una prospettiva di lavoro sui problemi
della salute della popolazione straniera capace di riformulare criticamente
presupposti, categorie, strategie d’intervento. Questo obiettivo lo si
intende realizzare nella consapevolezza che assai pochi sono i servizi e gli
operatori in possesso di tali conoscenze ed esperienze, e che pertanto è
urgente costruire specifiche forme di “competenza culturale” (M.
Eisenbruch, J. T. V. M. de Jong, W. van de Put, “Bringing Order Out of
Chaos: A Culturally Competent Approach to Managing the Problems of Refugees
and Victims of Organized Violence”, Journal of Traumatic Stress, 17, 2,
2004).